Allegato "C" Delibera C.C. n.42 del 15/11/2002
Osservazioni del prof. Giulio Carloni del Distart dell'Università di Bologna

Osservazioni sullo "STUDIO DI IMPATTO AMBIENTALE"
della R.A. RICOMPOSIZIONI AMBIENTALI s.r.l.
(Novembre 2002)

PREMESSA

  1. Breve cronistoria della frana di Brustolè fino al 1966.
    La frana di Brustolè, ubicata sul versante nord orientale del M.te Priaforà (mt. 1669), in corrispondenza della valle del Posina nei pressi dell’abitato di Arsiero ed accuratamente descritta dagli AA. Precedenti per quanto attiene ai dati certi (Taramelli 1882, Taramelli 1889, Dal Pra’ 1967) e’ costituita da un movimento franoso in cui sono riconoscibili due porzioni:
    una superiore rappresentata dalla "paleofrana" di epoca postglaciale, che ha interessato la formazione geologica della "dolomia principale" con un distacco del tipo "ribaltamento" ed una inferiore "storica" con un movimento del tipo "scivolamento traslazione" di blocchi di roccia dolomitica, secondo la classificazione di Varnes (1978). Entrambi i distacchi sono riconoscibili dall’andamento del versante. La nicchia della porzione superiore è individuata dalla morfologia abrupta dovuta agli speroni di roccia dolomitica, costituendo una fascia pressoché continua, che si taglia tra la fitta copertura boschiva che ricopre tutto il versante del M.te Priaforà delineando un movimento franoso di
    maggior entità. La scarpata principale della porzione inferiore, proprio per il riattivarsi della frana nel 1966, è meglio evidenziata dalla fessura dalla quale si è verificato il distacco del corpo di frana interamente costituito da blocchi rocciosi compatti e detriti grossolani di varia pezzatura che li inglobano.
    Tralasciando in questa sede le considerazioni di carattere tettonico sull’andamento del sistema di diaclasi e faglie presenti, che hanno interessato il versante del M.te Priaforà in epoca geologica e la giacitura dei banchi di Dolomia principale, a franapoggio, che hanno favorito i movimenti più recenti di epoca storica, è bene ricordare fin da subito che la riattivazione della frana di Brustolè nel 1966 è dovuta essenzialmente all’azione di scalzamento effettuato dal torrente Posina in piena in sponda destra. Sulla quale sponda poggia la porzione inferiore del corpo di frana, più che alla presenza di interstrati di argille rosse gessifere, derivate da disfacimento chimico delle porfiriti sottostanti, messe in evidenza dalle indagini del sottosuolo eseguite nel corso degli anni.

  2. Studi ed interventi condotti dopo il 1966.
    Per tali considerazioni l’attenzione di coloro che hanno studiato la situazione geomorfologica, venutasi a determinare dopo l’evento del ’66, sono state principalmente mirate ad interventi di sistemazione idrogeologica nell’alveo e sulle sponde del Posina ed a misure di controllo del versante mediante inclinometri, piezometri e messa in posto di caposaldi di misure topografiche. Mi riferisco ai lavori di A. Fuganti (1976) sulla "Situazione geologica, controllo sismologico e modello matematico della frana di Brustolè (Arsiero, Vicenza)" e del proff. P. Colombo e A. Dal Prà (1989) sullo "Studio geologico e geotecnico della frana di Brustolè presso Arsiero, in comune de Velo d’Astico (Vicenza)".
    Purtroppo gli interventi proposti e parzialmente realizzati non sono proseguiti nei decenni successivi e tanto meno è stata curata la manutenzione ordinaria, necessaria per quegli interventi che in parte si erano realizzati.

  3. Interventi della Comunità Montana.
    Soltanto la Comunità Montana dell’Alto Astico e Posina negli ultimi anni ha avviato un programma di ricerche e di interventi mirato al controllo e monitoraggio sia del "rischio frana", sia del "rischio inondazione", con progetti rigorosamente scientifici, che hanno riguardato:
    a) il monitoraggio topografico pluriennale con una serie di campagne di rilevamento condotte dal D.I.S.T.A.R.T. (Dipartimento di Ingegneria delle Strutture, dei Trasporti, delle Acque, del Rilevamento, del Territorio) dell’Università degli Studi di Bologna, relativamente al "Controllo del versante del M.te Priaforà e del corpo di frana di Brustolè". Tale monitoraggio avviato nel 1997 e a tutt’oggi in esecuzione, è stato condotto mediante sopralluoghi sul corpo di frana e dintorni, sulla base della documentazione fornita dalla Comunità Montana e delle analisi delle campagne topografiche effettuate in precedenza.
    b) le indagini conoscitive per la regimazione del torrente Posina, condotte dal prof. A. Breth e dai suoi collaboratori, che si sono concluse nel luglio del 2000, in fase preliminare, con la presentazione del progetto relativo agli "Interventi di Ingegneria Ambientale per la manutenzione e/o sistemazione delle esistenti opere di difesa spondale e trasversali nel tratto del T. Posina compreso tra il ponte degli Stancari ed il ponte della cartiera".
    Nello stesso anno sono state stilate delle considerazioni tecniche da parte dell’équipe della facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna, costituita ancora dal prof. A. Brath, unitamente ai proff. G.C.Carloni e G.Marchi, sul "Progetto per la stabilizzazione ed il recupero ambientale della frana di Brustolè (studio di fattibilità) "redatto per conto della R.A. Ricomposizioni Ambientali S.r.l. di Vicenza dal dr. P. Giannolla. Considerazioni tecniche cui si rimanda per le conclusioni (v. allegato 12/12/00).

OSSERVAZIONI

  1. Progetto della R.A. Ricomposizioni Ambientali S.r.l.
    Il progetto in oggetto ed il relativo Studio di impatto Ambientale riguarderebbe le opere di stabilizzazione, ricomposizione e tutela ambientale della frana del Brustolè, premesso che tale frana costituisca un rischio da rimuoversi, pregiudicando la sicurezza nella valle dell’Astico dei suoi abitanti e delle sue industrie. In realtà mistifica l’apertura di una megacava in roccia dolomitica per l’estrazione di inerti, proprio sul corpo della frana di Brustolè. Per tale fine già in passato si erano attivate altre Società di cavatori con progetti similari.
    Nel paragrafo B della premessa (pagg. 6-8) relativo alle INDICAZIONI METODOLOGICHE del Progetto si afferma che le "modalità d’uso delle risorse ambientali, per loro definizione non infinite, si connoterebbero in operazioni da sottoporre preliminarmente ad attente valutazioni costi/benefici, se non a quelle più complesse di Impatto Ambientale,…. Per cui il problema della stabilizzazione della frana del Brustolè può costituire un valido paradigma sul come procedere nell’attuazione di un corretto progetto che coinvolga beni che devono essere considerati patrimonio della collettività e poco dopo si dichiara che "le caratteristiche degli interventi sinora messi in atto hanno dimostrato tutta la loro inadeguatezza per il raggiungimento della sicurezza…." Per concludere che il procedimento prescelto per la formazione del Progetto si articola in tre fasi:
    "Una fase di analisi e di valutazione dello stato di fatto", priva però "del quadro approfondito sullo stato dell’area interessata dal fenomeno di dissesto e sui problemi e le dinamiche in atto", soprattutto per tutto quello che concerne i dati geomorfologici, geologici, geotecnici ed idraulici;
    "Una fase di progettazione preliminare tesa ad individuare gli obiettivi e le strategie per la soluzione dei problemi", che però non vengono delineati, come pure per gli scopi finali, al fine di stabilire, in linea di larga massima, le direttrici del progetto definitivo;
    "Una fase di progettazione conclusiva costituita da un sistema di obiettivi….", che ancora una volta non vengono indicati specificatamente e che non si fatica a comprendere riguardino l’apertura di una magacava per inerti.
    Inoltre quando finalmente si indicano i due grandi "campi" di intervento, il primo riguardante la fisicità del tema, si evince immediatamente: la mancanza di dati geologici aggiornati stratigrafico-strutturali e della loro rappresentazione mediante sezioni stratigrafiche e profili geologici, l’assenza di verifiche di stabilità e di analisi geotecniche, la latitanza di considerazioni di carattere sia idrogeologico, conseguenti alla non conoscenza dello stato della falda idrica sotterranea, sia di carattere idrologico, legate agli interventi di sistemazione idraulica del torrente Posina, che si dichiarano pubblicamente essere di tipo "settoriale" (presentazione pubblica del 18.10.2002 a Velo D’Astico da parte del coordinatore del gruppo di lavoro dello SIA). Informazioni queste sopra ricordate, determinanti al fine di conoscere l’ambiente fisico in cui si vuole operare, più di quanto non lo siano i dati relativi a "l’assetto pianificatorio con la formazione di una carta dell’uso del suolo, i problemi della mobilità e della viabilità dell’area e le funzioni presenti e proponibili", genericamente indicati a conclusione delle indicazioni metodologiche (v.pag.8).

    Nel paragrafo a (pagg. 2-8) del Quadro di riferimento programmatico riguardante gli INDIRIZZI DI PIANIFICAZIONE RELATIVI ALL’AREA IN ESAME, si afferma che "la Difesa del suolo riveste un ruolo importante nella pianificazione dello sviluppo regionale…." E si individua nel settore idraulico con carattere prioritario "la necessità di redigere un Piano di bacino, per regolare il regime delle acque" ribadendo che "il regime delle acque e la frana costituiscono due fenomeni tra loro strettamente collegati. A questo punto è bene dire qualcosa sul "rischio frana" e sul "rischio esondazione".

  2. Rischio frana e rischio alluvione
    Per quanto concerne il rischio si deve affermare che sul territorio in questione, potrebbero quindi gravare sia il "rischio frana" ma ancor più il "rischio alluvione" del torrente Posina, alla confluenza con l’Astico, soprattutto qualora si andasse a turbare l’equilibrio raggiunto del versante del M.te Priaforà in quel tratto vallivo subito a sud della stretta di Stancari al ponte della cartiera e con l’apertura di cave sul corpo di frana o con la rinuncia agli interventi di sistemazione idraulica iniziati oltre 30 anni fa, mai completati e tanto meno sottoposti a manutenzione ordinaria.
    Lo Studio di Impatto Ambientale, nell’indicare il profilo metodologico adottato per affrontare specificatamente nelle fasi di analisi e di valutazione dello stato di fatto, di progettazione preliminare e di progettazione conclusiva il quadro di approfondimento sullo stato dell’area interessata (v.pag.7 della premessa del SIA) al fenomeno di dissesto, accenna a due grandi campi di intervento: sulla fisicità del tema (geologia, idrologia e geotecnica) e sui problemi inerenti all'ambiente biologico ed antropico (analisi del paesaggio e dei beni culturali).

    Relativamente al primo nel QUADRO DI RIFERIMENTO AMBIENTALE dello SIA sono state prodotte due tavole (QPA-1 Carta Geomorfologica a scala 50.000, nella quale è rappresentata l’area in questione con un cerchio di 4 cm. Di diametro e nulla più; QPA-4 Carta Geologica a scala :5.000, priva di stratigrafie dei sondaggi meccanici e delle sezioni geologiche, di cui sono riportate soltanto l’ubicazione e le tracce) precedute da due sottoparagrafi rispettivamente di 6 e 14 righe di testo esplicativo, compresi in un’unica pagina (v.pag.12). Quanto detto anche se nel testo al paragrafo A.3 Suolo e sottosuolo (v.pag.11) si fa riferimento ad elaborati allegati allo studio, che però non sono presenti; mentre viene riportata una figura, ad una scala piccolissima, che rappresenterebbe la Caratterizzazione geolitologica dell’area della frana in un cmq.
    Viceversa più corposa è la serie di tavole e figure, riguardanti i problemi inerenti all’ambiente biologico ed antropico circa la Vegetazione, Flora e Fauna (pagg.13-20), nonché il Paesaggio (pagg. 29-42), seguite e precedute dalle considerazioni sugli Ecosistemi, Salute pubblica, Rumore e vibrazioni, Radiazioni (v.pagg.21-28).

    Sempre nel QUADRO DI RIFERIMENTO PROGRAMMATICO a pag. 3 si dà per scontato l’aspetto riguardante l’apertura di una megacava, allorché sin afferma che "Naturalmente, alla fine del presente studio, un’attenzione particolare va rivolta alle attività di escavazione" rimandando al PRAC (piano Regolatore per l’Attività di Cava), ricordando come "nell’attività di cava occorre porre in atto tutte quelle cautele e….accorgimento di ordine sia tecnico, che amministrativo, per renderne immuni gli impatti sull’Ambiente" Ed ancora una volta non si indicano né le cautele, né gli accorgimenti, che, a mio modo di vedere, dovrebbero essere di particolare rilevanza e cura nel caso di attività estrattiva su un corpo di frana. Attività che sarebbero da escludere comunque tenuto conto dei rischi non solo di un versante potenzialmente instabile, ma anche di esondazione conseguente per scalzamento al piede di un versante oltre tutto interessato sia da una frana "storica", che da una "paleofrana" sovrastante:
    Come anche si dà per scontata che "in termine di programmazione economica la disponibilità di materiali edilizi (inerti) tratti dalla frana del Brustolè, troverebbe nel caso di costruzione dell’autostrada, una destinazione prossima e consistente" fino alla Val d’Adige.

  3. Obiettivi del Progetto
    Nel capitolo riguardante il QUADRO DI RIFERIMENTO PROGETTUALE l’esame del paragrafo A sugli Obiettivi del Progetto (pag. 2), che mette in risalto "l’opportunità e la necessità di trovare un accordo sinergetico" fra i vari obiettivi menzionati, induce subito alle seguenti considerazioni:

    a) "eliminazione del rischio (obiettivo primario)"
    Attualmente tale rischio non è presente come confermano le campagne di monitoraggio topografico, messe in atto dalla Comunità Montana per l’aspetto geomorfologico, che necessiterebbero di essere completate con l’installazione di una rete di inclinometri. Rischio frana, come già ricordato, non disgiunto dal rischio esondazione e ad esso eventualmente connesso, qualora non si completassero gli interventi di sistemazione idraulica, previsti dal progetto Brath, contestualmente ad un ulteriore monitoraggio piezometrico riguardante l’aspetto idrogeologico.

    b) "uso sostenibile di una risorsa povera e perduta (obiettivo secondario)".
    Tale obiettivo costituisce una vera mistificazione dell’intervento della cosiddetta "ricomposizione ambientale". Pertanto come secondario, ma in realtà primario sotto tutti i punti di vista, che si concretizzerebbe non solo con l’apertura di una megacava di circa 25 milioni di mc di roccia e di ghiaia ma soprattutto con l’utilizzo di una risorsa che non ha niente di "povero" e niente di "perduto": Mentre il versante seppure potenzialmente instabile, rappresenta un’area boschiva , che costituisce di per sé un bene paesaggistico da tutelare così come si presenta all’osservatore.

    c) "Riduzione conseguente dalle escavazioni nei terreni agricoli e salvaguardia…."
    Affermazione discutibilissima, quando si pensi ed è sotto gli occhi di tutti il danno prodotto al terreno agricolo, sacrificato da decenni allo sviluppo industriale ed artigianale della fascia pedemontana. Mentre d’altro canto si può affermare, senza tema di smentita, che una ulteriore escavazione finalizzata ad un progetto reale di completamento eventuale dell’autostrada, senza dubbio comporterebbe un impatto ambientale meno deleterio, che in un’area montana, sia dal punto di vista paesaggistico, ma soprattutto dal punto di vista del ripristino o come si suo, dire della "ricomposizione ambientale" per un intervento antropico.

    d) "eliminazione del danno paesaggistico che deriverebbe alla zona della stretta degli Stancari …………."
    Su tale danno alla zona della stretta degli Stancari che produrrebbe un progetto "classico" di sistemazione idraulica non si può che considerare risibile tale affermazione.

    e) Recupero di una vasta zona, oggi impraticabile,…………"
    Altrettanto risibile è l’obiettivo mirato a tale recupero, che riguarderebbe la zona di frana Brustolè, con la creazione di un "arboreto didattico" ed altre considerazioni ortofrutticole(!), come è stato affermato in sede di presentazione pubblica del coordinatore del gruppo di lavoro del SIA.

    Nel paragrafo B riguardante il "Prevedibile assetto funzionale conseguente alla nuova opera" (pag. 4) è preliminarmente assai discutibile sostenere l’operazione di un "consistente alleggerimento del corpo di frana, rideterminando una rimodellazione complessiva del versante".
    Prima di tutto perché non si evince dallo SIA in che misura si è tenuto conto della "paleofrana" in blocco, sovrastante la frana "storica" del Brustolè, nonché del rischio di una sua parziale riattivazione ed estensione ai banchi calcareo dolomitici in giacitura a franapoggio inclinata e crepacciati marginalmente, nel momento in cui verrebbe a mancare il sostegno alla base del versante.
    In secondo luogo non si deve ignorare che altrettanto rischioso è "eliminare o comunque ridurre in misura sostanziale la massa instabile, innalzando in misura considerevole il coefficiente di sicurezza del sistema sotto il profilo geomeccanico", In assenza di valutazioni e verifiche della stabilità, non solo del corpo della frana "storica" , ma di tutto il versante della sua estensione.
    Per quanto attiene il "pervenire ad una morfologia metastabile sotto il profilo ecosistemico" questo è un aspetto successivo, che potrebbe essere preso in considerazione soltanto dopo avere acquisita la certezza della stabilità del versante.
    Infine per quanto attiene all’assetto finale che sarebbe "determinato sostanzialmente da un profilo di abbandono, che da un lato deve garantire…………dall’altro deve assicurare…………….provenienti dal corpo della formazione calcarea posta a monte dell’area di frana" è da considerare immediatamente, pur non condividendo la ipotetica presenza continua della formazione delle argilliti (gruppo di Raibi), che un profilo topografico definitivo, come quello ipotizzato non permette un ripristino di carattere vegetazionale e tanto meno offre garanzie di stabilità, soprattutto per la sua elevata acclività e per il suo posizionamento ai piedi della scarpata dolomitica.
    Quanto sopra detto ignora l’aspetto enunciato di una efficace ricomposizione ambientale, di per sé "problema sempre complesso e di difficile soluzione", come sostengono gli stessi AA. Del Sia concludendo il paragrafo: "nel sostenere con forza che "il progetto significa: eliminare il rischio e favorire, accelerare, spendere energia, assistere, guidare….. la natura a fare il suo corso e a recuperare nell’area del Brustolè una nuova forma di equilibrio (!) consapevoli "che il vero progetto debba essere considerato l’annullamento del senso di pericolo e di disagio fisico prodotto dalla visione dell’area, tormentata e frastagliata, rotta nella sua morfologia e con la vegetazione tipica sostituita da piante pioniere che tentano faticosamente ricostruire un ambiente capace di recuperare stabilità (!!!!).
    Sul paragrafo C Caratteristiche tecniche del progetto, mi limiterò ad avere delle forti perplessità circa le affermazioni:
    che "Gli obiettivi progettuali, orientati a garantire un corretto uso delle risorse (inerti ?) ed una limitata emissione di effetti temporanei negativi sull’ambiente, comportano la necessità di prevedere interventi di ricomposizione ambientale (quali?) già durante la fase di coltivazione". (pag. 6)
    che "La sistemazione avverrà tenendo conto delle caratteristiche geomorfologiche (che non sono state enunciate) necessarie all’insediamento della vegetazione" e che "in tal senso le pendenze andranno contenute, ove possibile, ben più al di sotto dei limiti imposti dagli angoli di attrito interno (e la coesione?) del materiale (quale materiale?". (pag. 7).

    Va fatto inoltre notare come non vengono indicate scadenze temporali per le varie fasi degli interventi, per cui non è possibile valutare se gli impatti dell’esecuzione dell’opera sono temporanei o se si protrarranno per decine di anni.

    Da ultimo è veramente inaccettabile che "La scelta di avviare un processo di risanamento ambientale, strutturale e funzionale, riguardante l’area interessata ….è stata valutata positivamente (da chi?) in termini di impatto ambientale, paesaggistico, urbanistico, economico e sociale (e chi più ne ha più ne metta) e non presenta problemi di criticità tali da sconsigliare concretamente l’iniziativa" riproponendo la conferma della validità degli obiettivi assunti all’inizio e già considerati in tutta la loro contraddittorietà.

  4. Progetti alternativi
    Per quanto attiene il paragrafo D Scenari progettuali alternativi, che verranno ripresi al paragrafo C Potenziali alternative (pag. 45) del capitolato riguardante il QUADRO DI RIFERIMENTO AMBIENTALE, mi limito ad osservare che sono stati messi a confronto progetti diversi quali: il Progetto Technital 1975, lo Studio Colombo-Sdal Prà 1988, il progetto della Inerti Valdastico S.r.l. (1995), (per il quale si può fare riferimento alle considerazioni già prodotte dal sottoscritto nel Maggio 1997 v. Allegato A), con il progetto in oggetto, cui si riferisce il SIA, che riprende in gran parte il progetto di fattibilità proposto da R.A. Ricomposizione Ambientale S.r.l. (2000) (in merito al quale erano state fatte considerazioni da parte dell’équipe dell’università di Bologna costituita dal proff. G.C.Carloni. A. Brath e G. Marchi nel dicembre 2000 v. Allegato B).

    Infine è da rilevare che è stato volutamente ignorato nel Quadro di riferimento progettuale e ripreso stranamente nel Quadro di riferimento ambientale il progetto Brath-Comunità Montana Alto Astico e Posina (2001), considerato dagli AA. Dello SIA un progetto con carattere settoriale.

  5. Documentazione necessaria per l’apertura di una cava
    Poiché di questo trattasi, più che di una ricomposizione ambientale, che come già ribadito non avrebbe ragione di essere, è doveroso a questo punto fare osservare che in materia di cave necessitano le seguenti documentazioni:
    a) descrizione della tipologia di cava e della classificazione del materiale, secondo quanto previsto dalla legge;
    b) descrizione della superficie utile dell’intervento e delle caratteristiche volumetriche del giacimento unitamente alla profondità massima di scavo;
    c) descrizione della geometria delle scarpate dei scavo e delle scarpate di finitura (a fine scavo e prima della sistemazione);
    d) descrizione dell0utilizzo previsto del materiale cavato e delle rese del giacimento (mc/mq);
    e) descrizione della suddivisione in lotti annuali (o di altra durata) di intervento e dei volumi di scavo suddivisi per lotti, distinguendo le quantità di materiali utili, sterili e di terreno vegetale;
    f) descrizione delle fasi i escavazione, della durata delle diverse fasi attuative e dell’intero intervento;
    g) descrizione del periodo stagionale di attività e delle potenzialità di escavazione giornaliera/annua;
    h) descrizione delle modalità di escavazione e dei movimenti di terra e di roccia interni all’area, con relativa descrizione degli accumuli temporanei di terreno vegetale, materiali sterili e materiali utili;
    i) prescrizione delle lavorazioni previste in cava quali: lavaggio, frantumazione, vagliatura e delle apparecchiature utilizzate.

    A queste descrizioni sono inoltre da accompagnare:
    j) la planimetria della coltivazione su base topografica, con le indicazioni della superficie utile, la delimitazione dei lotti e delle fasi di escavazione, nonché delle zone di stoccaggio temporaneo dei materiali, suddivise per tipologie, come anche le eventuali indicazioni sulle rampe di accesso e su altre strutture al servizio dell’attività;
    k) i disegni delle zone di escavazione, possibilmente senza deformazioni di scala verticali/orizzontali.

    Per quanto riguarda lo stato del Suolo e sottosuolo:
    l) la descrizione dell’inquadramento geologico e relative sezioni geologiche rappresentative;
    m) la descrizione litostratigrafica ed idrogeologica valida per l’area di intervento, con particolare riferimento alla situazione litostratigrafica di dettaglio ed alla descrizione delle prove geognostiche e delle caratteristiche geotecniche (indicando le prove di laboratorio, i risultati e gli eventuali grafici interpretativi);
    n) documentazione delle prove di laboratorio geotecnico e delle analisi di campagna (per definire idoneità all’uso dei materiali litoidi, caratteristiche di coesione, permeabilità, fratturazione, grado di compattezza, ecc.);
    o) la descrizione della sismicità dell’area con la mappa di inquadramento dei rischi geologici, idrogeologici e geomorfologici (dissesti, diaclasi, livelli di fessurazione delle rocce e presenza di faglie, ecc.). tale descrizione deve rilevare le situazioni particolarmente sfavorevoli in relazione alla stabilità del versante (presenza di stratificazioni a franapoggio più o meno inclinate del pendio, intercalazioni a scarsa resistenza meccanica, ecc.);
    p) fotorilievo aereo recente con possibilità di lettura stereoscopica;
    q) descrizione dei processi di modellamento geomorfologico in atto;
    una carta geomorfologica dettagliata, con l’indicazione dei tratti di versante a stabilità bassa o molto bassa (classificazione delle tendenze evolutive delle aree limitrofe a quella in oggetto, con problemi di instabilità) ed una carta della permeabilità dell’area di intervento;
    r) verifiche di stabilità, sia prima che durante e dopo i lavori di coltivazione e di ripristino ambientale, relativamente ai fronti di cava ed a tutto il versante interessato dai lavori;
    s) studio idrologico dell’area, con particolare rilievo alla regimazione delle acque nelle condizioni di rinaturalizzazione.

    Come si evince immediatamente di grande rilievo sono le documentazioni geologiche, geomorfologiche, idrogeologiche e geotecniche, indispensabili all’apertura di una cava in situazioni normali, immaginiamoci in un ambito delicato come il versante del M.te Priaforà, senza considerare le descrizioni dei bacini di utenza del materiale cavato per definire i tratti di viabilità pubblica interessata dal traffico tra la cava e gli impianti di trattamento, tra questi e le aree di cantiere (volumi di traffico locale e di transito, numero dei veicoli/giorno per ciascun tracciato per trasporto personale, materiali, modalità di attraversamento del corso del Posina dai mezzi di cava, ecc.).

CONCLUSIONI

Di qui è scaturita l’opportunità e la necessità di quanto detto ai paragrafi precedenti per affermare che l’attuale "Studio di Impatto Ambientale", presentato dal R.A. RICOMPOSIZIONI AMBIENTALI S.r.l. di Vicenza per il "Progetto di stabilizzazione, ricomposizione e tutela ambientale della frana del Brustolè" non è altro che una versione riveduta ed integrata per alcuni paragrafi del progetto del 2000, che a sua volta ricalca in parte lo "Studio delle condizioni di stabilità", redatto dallo Studio di Geologia Applicata del dr. V. Fenti (13 marzo 1997), realizzato per la ditta INERTI VALDASTICO S.r.l. e sul quale avevo effettuato le mie osservazioni nella relazione inviata alla Comunità Montana il 14 maggio 1997, cui rimando per ulteriori approfondimenti (v. allegato 14/5/97).
Sarà sufficiente ricordare che quello studio poteva più giustamente essere visto come un esercizio teorico, ben fatto, ma privo di qualsiasi considerazione progettuale relativamente ad una ricomposizione ambientale.
A questo punto è bene sottolineare, come del resto hanno fatto gli AA. Del SIA (v. pag. 9 della Relazione tecnica) e come è nella logica degli eventi naturali che "l’ipotesi di ripristino delle condizioni dell’equilibrio ambientale primordiale (meglio originario) non è assolutamente percorribile", come anche "l’ipotesi di intervenire massicciamente sull’equilibrio dei fondovalle e dei versanti per ritornare ad una situazione, per così dire naturale". Quindi con queste premesse non si comprende la motivazione di fondo del progetto, per cui diviene assai inquietante, se non decisamente motivo di rischio frana e pericolo per la valle del torrente Posina, intraprendere un progetto di stabilizzazione, ricomposizione e tutela ambientale della frana del Brustolè, come quello in oggetto. Questo costituisce nella complessità della sua evoluzione geologico-storica e nella staticità attuale, come meglio si dirà in seguito, un’area di per sé oltremodo valorizzata dalla natura, soprattutto per la fitta vegetazione boschiva instauratasi, che ad un occhio non del tutto esperto, rende difficile rilevare la frana "storica" e la sovrastante "paleofrana".
Infatti ad un primo approccio di tipo paesaggistico del versante nordorientale del M.te Priaforà, risulta essere di non immediata individuazione sia la nicchia distaccata che l’accumulo della "frana storica", come anche ed ancor di più della "paleofrana" post-glaciale. L’equilibrio che il versante ha raggiunto, anche dopo l’evento del 1966, è tale che potrebbe essere fortemente pregiudicato, non solo se si interrompessero e non si portassero a proseguimento gli interventi di sistemazione idraulica previsti dal Progetto Brath, ma soprattutto se non si completassero gli interventi di monitoraggio, con opere di controllo, di sorveglianza e di ripristino di inclinometri e piezometri, da affiancare alla rete di caposaldi topografici, nell’ambito di misure previste. Misure avviate, come già ricordato, dalla Comunità Montana da alcuni anni, che hanno riguardato tutto il versante in oggetto, dove più evidenti erano le tracce e gli indizi del dissesto dovuto sia alla "paleofrana", che alla frana "storica", e che nonostante il riattivarsi di quest’ultima, a seguito di eventi meteorici eccezionali, in particolare della piena del torrente Posina del 1966, non ha rilevato negli ultimi decenni né segni, né tracce di movimenti, seppur minimi, che potessero far pensare ad un rischio incombente.


ALLEGATO A
(alle osservazioni del prof. Giulio Carloni)

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BOLOGNA
DIPARTIMENTO DI INGEGNERIA DELLE
D I S T A R T
STRUTTURE DEI TRASPORTI, DELLE ACQUE,
DEL RILEVAMENTO, DEL TERRITORIO

Caro Presidente,
Come le ho accennato per telefono da una rapida lettura della documentazione sullo "Studio delle condizioni di stabilità" del dr. V. Fenti si deduce immediatamente che trattasi per lo più di un esercizio teorico ben fatto, ma privo di qualsiasi considerazione progettuale relativa ad una ricomposizione ambientale. D’altronde, come viene detto correttamente in premessa della Relazione Generale (v.allegato3) esso mira esclusivamente ad "individuare le possibili variazioni delle condizioni di stabilità, in conseguenza degli scavi" che la ditta INERTI VALDASTICO S.r.l. si propone di effettuare, qualora le fosse rilasciata la concessione.

Ecco di seguito alcune considerazioni doverose da parte mia:

  1. Da quanto premesso consegue che il presupposto che venne considerato inizialmente circa il recupero ambientale dell’area della frana di Brustolè viene completamente trascurato, anche se noi stessi avevamo dedotto che tale recupero si presentava soltanto ed esclusivamente da pretesto per altri fini. Infatti dall’anno passato si preferisce affrontare il problema dal punto di vista della sicurezza. Però non cisi preoccupa di verificare la stabilità dell’area di frana, in quanto si dà per scontato in premessa che essa sia "notoriamente quiescente e riattivabile". Per questo l’Autore ha preferito esaminare il versante distinguendo due zone: quella della frana di Brustolè e quella sovrastante, indicata come zona di "paleofrana".

  2. Dal punto di vista morfologico sempre nella Relazione Generale a pag. 4 si afferma che "a monte della paleofrana complessivamente si osserva un netto ed ampio terrazzo, (che noi visitammo insieme durante il sopralluogo di due anni fa) la cui morfologia è in realtà piuttosto articolata ed è connessa certamente all’intersezione di faglie e fasce cataclastiche, oltre che a collassi antichi fossili". Poco più avanti viene ribadito che gli unici processi morfogenetici attivi a monte della frana del Brustolé in corrispondenza delle pareti del settore settentrionale "hanno dato e possono dare origine a locali scivolamenti lungo gli strati", mentre al contorno della "paleofrana" non si riscontrerebbero processi erosivi o dissesti attivi perché avrebbero "agito migliaia di anni fa in un altro ambiente morfogenetico" e non sarebbero più attivi. A parer mio tale affermazione non è accettabile anche sulla base di quanto è dato leggere di seguito a pag. 10, dove si afferma che "l’ammasso roccioso della paleofrana in Dolomia Principale è fortemente suddiviso: Il grado di suddivisione aumenta in certe zone, conferendo alla compagine rocciosa un aspetto brecciato ed intensamente disarticolato…..". La relazione prosegue con una disquisizione sul fatto che vi sarebbero ammassi rocciosi più o meno suddivisi e disarticolati. Tutto questo farebbe ritenere che gli agenti meteorici che hanno esercitato, esercitano ed eserciteranno comunque una intensa attività di degradazione fisico-meccanica su rocce fortemente fratturate, fagliate,come quelle in oggetto, debbano invece discriminare la loro azione diversamente su questo a quel settore montano, che si presenta esposto ed orientato uniformemente e nella stessa direzione. Questo proprio non riesco a comprenderlo.

  3. Inoltre lo studio geomeaccanico (dichiarazione esplicita a pag. 7 della Relazione) è stato condotto scrupolosamente con rilievi effettuati soltanto sugli affioramenti più vicini alla roccia da scavare ed accompagnato dall’elaborazione a tavolino. Il risultato ottenuto fornisce quindi "un significato statistico da estrapolare a maggiore profondità solo ammettendo un largo margine di incertezza". Ancora una volta come al Vaiont si limita l’area di studio alla porzione che interessa per fini speculativi e non a tutto il contesto del rilievo montuoso. Ciò nonostante si è costretti ad affermare (v.pag.10) che: " L’ammasso roccioso della paleofrana è fortemente suddiviso. Il grado di suddivisione aumenta in certe zone, conferendo alla compagine rocciosa un aspetto brecciato ed intensamente disarticolato……." Si prosegue in queste disquisizioni, come girà ricordato, su settori più o meno suddivisi e disarticolati, sulle quali non mi soffermo, per affermare a pag. 21 che: "L’estrapolazione delle condizioni geomeccaniche superficiali ad elevate profondità non è una operazione realistica". Che cos’è allora, se non una esercitazione teorica?
    Poco più avanti inoltre è detto che "non esistono dati precisi sulla profondità, la consistenza, le caratteristiche geotecniche e geomeccaniche del substrato poco resistente (porfiriti argillificate), ma soltanto dati relativi alla frana del Brustolé, per concludere che la statigrafia profonda può essere perciò solo ipotizzata" e quindi quanto detto "riduce notevolmente la possibilità di valutare la stabilità globale profonda della massa rocciosa, anche se solo in via qualitativa" Ergo: "Una valutazione realistica della stabilità, con metodi numerici, non è possibile". Sarebbero indispensabili sondaggi geognostici, viene affermato con serietàprofondi 150-200 mt. E prove geotecniche su campioni indisturbati. Non essendo state eseguite tali verifiche lo studio "si limita a fare una analisi di stabilità della porzione superficiale dell’ammasso dolomitico prescindendo da ogni struttura e composizione del substrato profondo". Come è possibile? E’ evidente quindi che tutto lo studio e le elaborazioni effettuate non possono che costituire soltanto un esercizio teorico.

  4. Per quanto riguarda la stabilità globale profonda, per quanto affermato a pag. 23 che "Anche se non è dimostrabile in questo studio, è possibile che la paleofrana in Dolomia Principale sia stabilizzata, essendo venute meno le cause che l’hanno provocata (!), verosimilmente migliaia di anni fa" ritengo tale affermazione in contraddizione con le considerazioni fatte precedentemente. Non è possibile mettere a confronto condizioni di equilibrio instabili della frana di Brustolé con le condizioni di equilibrio delle masse rocciose profonde della paleofrana in Dolomia.

  5. Per quanto riguarda la stabilità dell’ammasso roccioso in superficie si è fatta una distinzione tra le condizioni di stabilità del settore meridionale e quelle del settore settentrionale per concludere che: "Nel Complesso che quelle all’estremità settentrionale nei confronti di fenomeni superficiali di dissesto sono più sfavorevoli di quelle all’estremità meridionale". E questo a mio modo di vedere non è che una supposizione basata solo sull’acclività del pendio, l’inclinazione degli strati e il grado di fratturazione, che però non è molto dissimile su tutto il versante. Da quanto ricordo l’intero versante risulta interessato da notevoli disturbi tettonici (doppio sistema di faglie e grandi fratture, orientate N-S e NE-SW) e caratterizzato da forte degrado superficiale e profondo.
    Ritengo senz’altro a conclusione di queste brevi note che comunque si presentino le masse disarticolate del corpo di frana del Brustolé costituiscono un sostegno di base, seppure precario, al versante potenzialmente instabile. Instabilità periodicamente riattivata nel corso di eventi meteorici di particolare intensità.
    Non ho considerato le verifiche e le ipotesi di stabilità dei fronti di scavo, perché non sono di mia competenza, limitandomi ad evidenziare quanto affermato a pag. 27. "Tale ipotesi è valida se, come appare verosimile, in profondità, e quindi sulle superfici di scavo fresche, le discontinuità non presentano aperture così elevate come quelle misurtate in superficie". C’è da augurarselo!

Caro Presidente
le mie osservazioni stanno diventando troppo lunghe, mi fermo qui, non entro nel merito della Relazione n. 4, relativa alle condizioni di stabilità della frana del Brustolé. Leggendo le considerazioni conclusive evidenzio soltanto quanto affermato dall’Autore dello studio:

  1. I parametri geotecnici utilizzati derivano sia da studi precedenti, sia da indicazioni arbitrarie.

  2. I dati geologici e geotecnici a disposizione sono scarsi.

  3. Verifiche adeguate sulla stabilità dovranno essere eseguite durante i lavori di escavazione delle scarpate.

  4. Necessarie sono state le semplificazioni e le schematizzazioni per lo studio della paleofrana, per la quale permane "insoluto il problema relativo alla stabilità globale della massa rocciosa, dipendente dalla stratigrafia, allo stato attuale solo ipotetica".

E questo è tutto per il momento, augurandomi di averLe fornito sufficienti elementi di riflessione per la riunione di Venezia di lunedì prossimo.

Cordiali saluti

Prof.Giulio C.Carloni

Bologna 14 Maggio ‘97



ALLEGATO B
(alle osservazioni del prof. Giulio Carloni)

REGIONE DEL VENETO

COMUNE DI VELO D’ASTICO

Considerazioni sul progetto per la stabilizzazione ed il recupero ambientale della frana di Brustolé (studio di fattibilità) redatto per conto della R.A. "Ricomposizioni Ambientali S.r.l. di Vicenza

Bologna 10 Dicembre, 2000

  1. PREMESSA
    La frana di Brustolé è una delle grandi frane di roccia postglaciali delle Alpi. Le cause del suo instaurarsi sono geologiche, legate all’evoluzione valliva postglaciale per quanto attiene all’area considetta della "paleofrana". Aono invece geologico-idrologiche per il suo riattivarsi periodico come è stato nel 1882, nel 1996, soprattutto in occasione di intense precipitazioni meteoriche concentrate ed alluvionamenti conseguenti per l’area della frana "storica".
    Confermato che il movimentarsi della massa dolomitica e di parte di essa sul versante di destra della valle del Posina si è verificato sia per le intense piogge che per l’azione erosiva da parte del torrente medesimo in piena è bene affermare fin da subito che rimedi definitivi ed afficaci di stabilizzazione sono difficilmente realizzabili. Mentre è pressoché indispensabile al fine di ridurre in termini preventivi il rischio di una eventuale ripresa del movimento, da decessi non verificatosi, la realizzazione di un monitoraggio continuo del versante in questione sia dal punto di vista topografico (come dal 1996 sta effettuando la Comunità Montana Alto Astico e Posina) sia dal punto di vista idrogeologico mediante riattivazione di piezometri, come da tempo suggerito.
    Premesso che sarebbe comunque doveroso evitare di insistere con l’ipotesi di interventi estrattivi di roccia dal versante di per sé stesso potenzialmente instabile, valutare quanto viene considerato e suggerito non solo da un punto di vista della sicurezza, ma anche per quanto riguarda l’impatto ambientale.

  2. NOTE DI OSSERVAZIONE AL PROGETTO DI FATTIBILITA’ PROPOSTO DA "R.A. Ricomposizioni Ambientali S.r.l."
    La relazione presenta dalla R.A. "Ricomposizioni Ambientali S.r.l." è sostanzialmente la elencazione dei dati di carattere strettamente geologico (tra l’altro incompleti) dei dati geologici attualmente disponibili. Essa non essendo supportata da indagini geognostiche integrative in sito (sondaggi, monitoraggio ecc.) e da prove di laboratorio, non aggiunge nulla di nuovo alle scarse conoscenze di carattere geologico, strutturale, geotecniche e idrogeologiche sull’area.

    Relativamente alle indicazioni riportate nell’Allegato 2 alla relazione sopra citata, nel quale viene descritto lo studio di fattibilità del progetto per la stabilizzazione e il recupero ambientale della frana di Brustolè, si evidenzia che le proposte progettuali scelte, anche se indicate come interventi possibili e schematici, vengono indicate come opere di stabilizzazione di tutta l’area senza l’ausilio di un adeguato supporto tecnico; in particolare viene proposto un progetto di escavazione (con conseguente riprofilatura del versante), unitamente ad opere di presidio, ed una rete di drenaggio superficiale e profonda e da opere di sistemazione e riassetto ambientale dell’area. Solo dopo accurate indagini diffuse su tutta l’area instabile, è possibile dare indicazioni sulla possibile fattibilità progettuale finalizzata per il consolidamento e la messa in sicurezza dell’intera area.

    A parere degli scriventi, lo studio di fattibilità proposto dalla R.A. "Ricomposizioni Ambientali S.r.l.", tende a creare confusione dal punto di vista tecnico in quanto viene indicato che, con una galleria drenante (posta in posizione indefinita senza conoscere gli aspetti di idrologia sotterranea) e una imponente escavazione con riprofilatura del versante, è possibile stabilizzare l’intera area potenzialmente instabile; senza il supporto di informazioni derivanti da indagini geognostiche integrative di confronto ai scarsi dati attualmente disponibili desunti da indagini precedentemente svolte. Quindi, dal punto di vista tecnico, tali indicazioni progettuali non sono in alcun modo valutabili.

    In ogni caso, un progetto di tale mole deve necessariamente essere preceduto da un’analisi di fattibilità come prevede il D.M. 11 Marzo 1988 – "Norme tecniche riguardanti le indagini sui terreni e sulle rocce, la stabilità dei pendii naturali e delle scarpate, i criteri generali e le prescrizioni per la progettazione, l’esecuzione e il collaudo delle opere di sostegno delle terre e delle opere di fondazione".
    In particolare il punto H – "Fattibilità geotecnica di grandi opere" del suddetto Decreto Ministeriale, e sottopunti H.1 (i e l), H.2 E H.3, recita:

    H. Fattibilità geotecnica di opere su grandi aree

    H.1. Oggetto delle norme
    Le presenti norme comprendono i criteri di carattere geotecnico da adottare nell’elaborazione di piani urbanistici e nel progetto di insiemi di manufatti che interessano ampie superfici e che possono comportare variazioni significative nelle condizioni del sottosuolo, quali:
    a) nuovi insediamenti urbani o civili o industriali;
    b) ristrutturazione di insediamenti già esistenti, compresi quelli di consolidare e trasferire ai sensi della legge 9 luglio 1980, n. 445, e successive modificazioni ed integrazioni;
    c) reti idriche e fognarie urbane e reti di sottoservizi di qualsiasi tipo;
    d) strade, ferrovie e idrovie;
    e) opere marittime e difese costiere;
    f) aeroporti;
    g) bacini idrici artificiali e sistemi di derivazione da corsi d’acqua;
    h) sistemi di impianti per l’estrazione di liquidi o di gas dal sottosuolo;
    i) bonifiche e sistemazione del territorio;
    j) attività estrattive di materiali da costruzione.

    H.2. Indagini specifiche
    Gli studi geologici e la caratterizzazione geotecnica devono essere estesi a tutta la zona di possibile influenza degli interventi previsti.
    Le indagini devono in particolare accertare le condizioni di stabilità dei pendii, tenuto conto anche di eventuali effetti derivanti dalla realizzazione delle opere.
    Saranno inoltre considerati i fenomeni di subsistenza prodotti da modifiche del regime delle acque superficiale e profonde, nonché da asportazioni o riporti di materiali terrosi.
    Per l’elaborazione di piani urbanistici in zone sismiche le indagini devono essere finalizzate alla caratterizzazione del territorio per la ricerca dei parametri di progetto in accordo con quanto previsto dalle norme sismiche.

    H.3. Verifiche di fattibilità
    Prima della progettazione delle singole opere per le quali valgono le norme specifiche, occorre verificare e documentare con relazione tecnica la fattibilità dell’insieme dal punto di vista geologico e geotecnico e, se necessario, individuare i limiti imposti al progetto dalle caratteristiche del sottosuolo.
    Per le zone sismiche si dovrà documentare il rispetto dei previsti vincoli.

    Dalle indicazioni riportate nel Decreto Ministeriale, si evince che le indagini devono essere effettuate anche nelle aree esterne all’area in studio in quanto potrebbero anzitutto essere influenzate dalla frana stessa e anche dalle opere in progetto.

  3. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
    Sulla base di quanto esposto nei capitoli precedenti e con riferimento ai dati disponibili della situazione geologico-geotecniche dell’area, nelle condizioni attuali si possono esprimere le seguenti considerazioni tecniche:

    1. Realizzare una galleria drenante senza conoscere l’effettiva profondità cui si trova la superficie di scivolamento della "paleofrana", nonché della frana "storica" è puramente ipotetico come anche ignorare gli effettivi rapporti stratigrafici tra le due frane, costituisce un precedente pericoloso per qualsiasi tipo di intervento. D’altronde approfondite indagini geologiche mediante sondaggi e rilevamenti geotecnici comporterebbero un tale dispendio di risorse finanziarie, valutabili dell’ordine dei miliardi di lire; per cui viene da chiedersi quali potranno essere le effettive conseguenze sia in senso positivo, qualora ve ne siano, sia in senso negativo, assolutamente certe, nell’aprire dei cantieri a mezza costa, come sembra proposto e descritto nella relazione redatta per conto della R.A. "Ricomposizioni Ambientali S.r.l." di Vicenza. Da quanto detto si deduce che lo studio di fattibilità della galleria drenante è carente per tutto quanto concerne l’efficacia dell’intervento medesimo e costituisce una ipotesi generica non supportata da elementi tecnici di base.

    2. La rimozione dell’ammasso dolomitico instabile ("paleofrana") e di parte del corpo di frana, come proposta di "alleggerimento" complessivo del versante in destra della vale del Posina, ma soprattutto dell’area franosa sottostante, rimandando ad un progetto esecutivo le modalità di intervento, è una proposta inaccettabile. Prima di tutto perché, data la complessità della situazione geomorfologica dell’area, la predisposizione di eventuali modelli matematici (anche se molto sofisticati) per la definizione delle probabili curve di scivolamento, non costituisce un certezza per descrivere il reale cinematismo (complesso) del movimento della massa detritica. In secondo luogo, per procedere ad attività di escavazione massiccia, è indispensabile la conoscenza delle caratteristiche geomorfologiche, stratigrafiche e geomeccaniche del versante a monte dell’area in esame, precedentemente interessata da fenomeni franosi, su cui si propone di intervenire.

Distinti saluti

Prof. Giulio Carloni
Prof. Armando Brath
Prof. Gianfranco Marchi

Bologna, 12 Dicembre 2000




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