Osservazioni al Piano Regionale dell’Attività di Cava

OGGETTO: Osservazioni al Piano Regionale dell’Attività di Cava adottato con DGR n° 3121 del 23/10/2003, pubblicato sul BUR il 23/12/2003 e trasmesso dalla Regione Veneto il 13/02/04 agli enti interessati.

Questo Comitato Popolare in difesa del Brustolè presenta le seguenti Osservazioni al P.R.A.C.

Condividiamo in generale l’impostazione enunciata negli “obiettivi del piano”, i quali costituiscono una base condivisibile per una razionale gestione delle risorse. Nel merito del dispositivo andiamo ad evidenziare i seguenti punti critici.


Linee generali di Piano.

Tra le innovazioni c’è l’introduzione della VIA regionale sul progetto preliminare.

Il PRAC prevede la decisione finale sulla VIA affidata alla Giunta Regionale, sentito il parere della relativa commissione. Al contrario, gli articoli n. 18 e 19 della LR 10/99 prevedono una specifica procedura. Giudichiamo incongruo tale procedimento, in quanto il valore deliberante dell’atto deve seguire l’iter procedurale enunciato dalla LR 10/99 altrimenti verrebbero meno le condizioni di garanzia rese possibili dal coinvolgimento degli enti quali comuni, province ecc. Inoltre il giudizio di compatibilità di competenza della commissione tecnica dovrebbe essere vincolante e non “modificabile/adattabile” da un organismo politico privo delle necessarie e specifiche competenze, per quanto “informato” dalla Commissione. Al massimo si dia alla Giunta la possibilità di dare un parere consultivo.

I pareri delle amministrazioni provinciali e comunali dovrebbero essere vincolanti.

La procedura di VIA dovrebbe essere obbligatoria, indipendentemente dalla cubatura e/o superficie interessata dal progetto di coltivazione e dalla preesistenza o meno di una attività estrattiva. Con questo si eviterà quanto accaduto troppo spesso: la richiesta iniziale di superfici contenute, seguita da continue espansioni tutte prive di Valutazione.

La previsione generalizzata di poter estrarre in via preferenziale anche su “cave singole” (di seguito CS) già esistenti non comprese negli “ambiti territoriali di escavazione” (ATE) con approfondimento del sito dovrebbe essere oggetto di valutazione caso per caso, escludendo comunque ogni ampliamento presso quelle situate in contesti ambientali di pregio, o aventi importanza storico artistica.

I requisiti individuati per i “contesti vocati” (CV) sono discutibili. Non è accettabile il principio per cui si prediligono per le cave le aree a ridotta antropizzazione, in quanto si rischia, in un contesto assai degradato quale è quello Veneto (la nostra Regione è un esempio perfetto di urbanistica disastrosa: siamo studiati, a tale proposito, in tutto il mondo!) di rovinare anche il poco territorio rimasto integro. Al contrario, si prescriva di indagare preferibilmente gli ambiti prossimi (nella giusta misura, ovviamente) alle zone antropizzate, soprattutto quelle industriali o comunque di scarso pregio.

Si considerino le aree adibite ad escavazione aree produttive a tutti gli effetti (Zone territoriali omogenee di tipo D) ed in tal senso normate anche dagli strumenti di pianificazione territoriale ed urbanistica.

Si proibiscano gli ampliamenti per “ripristino ambientale”, dato che in passato sono serviti solo per ampliare e mai per ripristinare.


Stima dei fabbisogni.

Rileviamo come il Piano entri nel solo dettaglio di due materiali: sabbia e ghiaia. Per tutti gli altri materiali si danno solo i dati storici e dello sfruttamento in corso.

Mancano: argille; basalto; detrito; quarzo; i calcari per i vari usi (da taglio, marmo, per calce, cemento., ecc.). Quest’ultima assenza è sbalorditiva: le due sole cave di Alonte e Orgiano sono autorizzate per oltre 24 milioni di mq. di calcare per cemento, in buona parte destinato ad essere venduto in tutto il mondo.

Tale carenza basta da sola a chiedere l’invalidazione dell’intero PRAC nella formulazione attuale, priva delle stime dei fabbisogni per tutti i materiali di interesse regionale

E’ infatti da considerare illegittimo il PRAC in oggetto in quanto non soddisfa i requisiti stabiliti dalla Legge Regionale 44/1982, Titolo II, art. 5. Tale articolo infatti stabilisce che per la programmazione da definire a livello Regionale il PRAC deve considerare i materiali di tipo A, categoria nella quale la Legge stessa fa rientrare sabbie e ghiaie e calcari per cemento.

Al punto B.2.1 della Relazione (Ripartizione dei fabbisogni, Contributo autorizzabile provinciale), leggiamo:

Per determinare i volumi estraibili di sabbia e ghiaia nelle singole province si è valutata la produzione annua provinciale ricavata dalle schede statistiche denunciate dalle imprese del settore.

Tale criterio deve essere cassato, in quanto quale inattendibile, storicamente errato e strumentale. E’ noto come il denunciato sia solo una parte di quanto effettivamente estratto. Nel settore delle cave il cosiddetto “nero” è diffusissimo. E’ altrettanto risaputo che gli Enti preposti ai controlli dei volumi estratti non svolgono, se non in parte irrisoria, tale mansione. Le Provincie accampano la mancanza di personale, e i Comuni neanche ci provano. Risultato: pochissimi controlli. Aggiungiamo che i quantitativi estratti sono destinati in buona parte alla vendita presso altre Regioni, più attente della nostra alla tutela del territorio, quando non all’esportazione (in tutto il mondo, anche per materiali di scarso pregio!).

Le Ditte denunciano molto meno di quanto estraggono effettivamente. Questo è un dato di fatto incontrovertibile: basterebbe solo contare il numero di mezzi che escono in un giorno da una cava per sapere quanto materiale viene estratto!.

Chiediamo che i volumi estraibili siano determinati esclusivamente sulla base dei fabbisogni accertati (da Enti terzi, non dai diretti interessati!) della sola Regione Veneto.

Facciamo inoltre notare come il già pessimo criterio adottato per la stima dei volumi estraibili per ghiaia e sabbia non sia neppure rispettato per le previsioni a venire: la serie storica dal 1990 al 2002 ha visto un totale di 113.393.419 mq. estratti, secondo le ditte ovviamente, pari a 9,5 milioni di mq. annui, mentre la previsione annua autorizzabile per il futuro è di oltre 17 (quasi il doppio: incredibile). Questo evidenzia come almeno la metà dell’estratto finirà in altre Regioni, o fuori dall’Italia.

Per inciso, tutto questo è ben distante da un autentico federalismo, in virtù del quale le risorse del luogo dovrebbero essere investite innanzitutto per il bene dei residenti. Si tratta di una risorsa non riproducibile e/o rinnovabile!

I dati sono calcolati inoltre tenendo in considerazione gli ultimi anni (2000-2002) in cui il consumo di materiali per edilizia ha subito una fortissima, improvvisa crescita dovuta al particolare dinamismo “indotto” del mercato immobiliare (legge Tremonti, crisi borsa). Chiediamo che il calcolo della serie storica corregga il computo per tale periodo con un opportuno fattore, o meglio che la serie storica da considerare sia ventennale o trentennale o che non si tenga conto degli ultimi due anni. Si consideri inoltre che l’edificato industriale nel Veneto già ora supera di parecchio la necessità per svariati anni a venire. La crisi economica, strutturale (non facciamoci illusioni) suggerisce che i dati di crescita previsti per l’edilizia dovranno essere rivisti, molto al ribasso. E’ pur vero che tutti i comuni del vicentino sognano espansioni residenziali vertiginose, ma il tasso di natalità più basso del mondo dovrebbe indurre a più miti stime.

Anche il materiale considerato “non commerciale” è in realtà commerciale a tutti gli effetti, perché ha un qualche utilizzo tanto che esiste un relativo, fiorente mercato. Chiediamo che il PRAC includa ogni tipo di materiale estratto nel computo dei volumi.

Evidenziamo inoltre che la Legge Regionale, in ossequio alla Legge Obiettivo (443/2001), prevede la possibilità di ricorrere a cave di prestito per le grandi opere e pubbliche infrastrutture. Le previsioni del PRAC non considerano tali volumi, che saranno invece di valore elevatissimo. Il Veneto è il principale bacino per sabbie e ghiaie, le quali verranno estratte per tutte le Regioni d’Italia…

Riguardo le cave di prestito chiediamo che la Regione si opponga a tale atto e che:

  • I relativi volumi autorizzabili siano computati dal PRAC.

  • Siano soggette agli stessi meccanismi di controllo di tutti gli altri tipi di cave.

  • Siano soggette alla valutazione della VIA regionale, onde evitare che siano i cavatori ad imporre, con modalità quasi del tutto arbitrarie, luoghi e modalità di escavazione.


Alto Astico e Posina

Si evidenzia come all’interno del PRAC siano state dimenticate le otto cave e una miniera per un totale circa di 9 milioni di mc. di materiale da estrarre presenti nella Valdastico e Posina.

Forse non contano nulla?

Chiediamo la massima tutela dei nostri monti che hanno già dato molto alla comunità.


Monti Berici

Chiediamo che il comprensorio dei Berici sia sottoposto alla massima tutela. E’ noto che tali colli, amatissimi da un Guido Piovene (e da tanti altri più sconosciuti…) per quella loro inconfondibile dolcezza che li rende unici, sono stati “assaltati” dai cavatori dopo che gli Euganei sono stati sottoposti a vincolo nel 1972. Giudichiamo che un tale ambito, di pregio storico, naturalistico e documentale immenso debba essere rubricato per intero dall’ambito della “tutela” (scheda 3.2) a quello della “salvaguardia” (scheda 3.1), con conseguente inibizione all’attività di cava (eccezione fatta per la pregiata pietra bianca da taglio).

Diversamente, ci si spieghi come si intenda conciliare gli enormi, mostruosi interventi di Sossano o S.Germano o Meledo o Monticello di Barbarano e via dicendo con gli assunti “turistici” e di “valorizzazione naturalistica” dell’adottato, relativo Piano d’Area (PAMOB). Inutile dire che l’area berica è già ora sottoposta a svariati vincoli, oltre al PAMOB: ex leggi 1089 e 1497 del ’39 e 431 del 1985 ora DLgs 490/1999, area SIC, vincolo idrogeologico, vincoli e tutele da PTRC e PTP . Segnaliamo che i Berici sopportano il 54% di tutto quanto cavato nel vicentino.


Individuazione delle georisorse

L’individuazione delle georisorse disponibili e quindi dei contesti dove estrarre dovrebbe tener maggiormente conto degli aspetti ambientali delle diverse zone normate o tutelate (aree SIC/ZPS, aree vincolate ai sensi della ex 1089/1939-1497/1939 e 431/1985, ora D.Lgs. 490/1999). In esse non dovrebbe essere consentita alcuna estrazione che non sia legata alla manutenzione del territorio e/o per ragioni di sicurezza pubblica. In ogni caso in tali ambiti dovrebbe essere coinvolto il competente Ministero per i Beni e le Attività culturali, tramite le rispettive sovrintendenze.

Il parere della sovrintendenza deve essere vincolante nel caso di attività estrattive poste in aree di pregio ambientale o storico-artistico.

Si dia a Comuni e Provincie il modo e il tempo per individuare, sentite le Soprintendenze, le emergenze botaniche, artistiche, monumentali, storiche ed ambientali. Si integrino tali indicazioni nel PRAC, prima della sua adozione, all’interno delle zone ascritte a salvaguardia o tutela.


Aspetti ideologici e idrologici

Un grande quantitativo di materiali potrebbe provenire da una adeguata e oculata gestione degli alvei (pulizia idraulica) o dei bacini montani. A tal proposito sono necessari appositi studi degli interi bacini idraulici, non solo dell’intorno del singolo sito estrattivo. Sarebbe necessaria l’attivazione di uno studio d’ambito ad hoc che consenta di definire le quantità asportabili dall’alveo nel territorio di competenza di ogni regione in cui ricade il fiume.

Il PRAC va a colpire direttamente la risorsa acqua: consente l’escavazione in falda sia a monte che a valle delle risorgive, ambito questo peraltro già protetto strumenti di pianificazione territoriale e comunque dalla LR 44/1982. Tale previsione va completamente cassata in quanto comporterebbe un sicuro inquinamento delle falde, a causa dell’estrema vulnerabilità del sistema delle acque. La fascia delle risorgive dell’alto vicentino è una delle più importanti a livello nazionale ed europeo. Essa dà di che bere a centinaia di migliaia, milioni forse, di persone!

I controlli previsti saranno certamente insufficienti a tutelare dagli sversamenti, accidentali o deliberati che siano, di sostanze inquinanti. Abbiamo assistito fino ad ora al pressoché totale fallimento di ogni politica di controllo e repressione, ed è inutile illudersi che le cose andranno diversamente in futuro.

Anche l’ipotesi di usufruire delle cave quali bacini di espansione in periodi di piena o di piogge eccezionali va completamente rigettata, in quanto l’acqua successivamente immessa in falda sarebbe ovviamente inquinata, provenendo dal dilavamento dell’aria e della superficie di uno tra i territori più industrializzati d’Europa.

Segnaliamo inoltre che la verifica del rischio idro-geologico non si deve limitare alla fase del progetto o del VIA, ma deve trovare un riscontro nelle successive verifiche sul campo.


Stato di Fatto

Vicenza risulta una delle province maggiormente colpite, la prima in assoluto in materia di estrazione di calcari di cui oltre il 50% estratto nei Monti Berici.

Chiediamo:

  • Un nuovo equilibrio con le altre Provincie.

  • La presa d’atto della specificità e qualità dell’ambiente berico, costituita da alti valori storici, architettonici e documentali, oltre che preziosi per le loro potenzialità turistiche. Tali elementi chiedono di interdire ogni nuovo intervento sui Monti Berici, nonché l’esaurimento delle escavazioni in corso (solo i volumi già concessionati) ed il blocco di ogni futura escavazione (esclusione fatta per la pregiata pietra bianca da taglio).


Pianificazione

L’ATE otto, a nord delle risorgive, sull’Insieme Estrattivo (IE) 5, risulta essere localizzato in un ambito fortemente compromesso, per cui l’intervento di recupero risulta essere estremamente difficoltoso. Continuare ad estrarre significa degradare definitivamente tale territorio.

Per quanto riguarda i quattro Contesti Vocati (CV) individuati, ribadiamo quanto rilevato dalla Provincia: nel territorio vicentino molte cave (attive o dismesse) sono utilizzate come discarica, con carico inquinante che percola nelle falde acquifere. In tali casi gli approfondimenti dell’escavazione diventano la definitiva consacrazione degli inquinamenti in atto!

Chiediamo una indagine esaustiva e approfondita sulla destinazione delle cave a discarica.

Il PRAC penalizza soprattutto le province di Treviso, Verona e Vicenza in merito all’estrazione di sabbie e ghiaie, e risparmia inspiegabilmente le altre quattro province della Regione. Ribadiamo che il quantitativo di calcari estratti nel vicentino è elevatissimo, in alcuni casi a coprire l’intera produzione regionale (calcari per calce e per cemento). E ne avanza pure per l’esportazione!


Concetto di recupero ambientale

Esprimiamo alcune valutazioni sui riutilizzi (“Riqualificazione”) delle cave.

  • Ad uso naturalistico: va incentivato. Devono essere obbligatoriamente utilizzate specie autoctone.

  • Ad uso bacino idraulico: va negato nel caso di presenza di falda affiorante o non sufficientemente protetta. In ogni caso deve essere tassativamente esclusa la possibilità di usare l’acqua del bacino per rifornire le falde potabili.

  • Uso ricreativo e verde attrezzato: si tratta di destinazioni stucchevoli: parchetto giochi con giostrine per i bimbi, o consimili. Stile Disneyland, per intenderci. Per inciso, tali strutture sarebbero disagevoli da raggiungere, a meno che le cave non si facciano in prossimità dell’abitato… Non di ex-cave fuori dal paese hanno bisogno i nostri figli, ma di poter giocare all’aria aperta e in sicurezza. Come una volta.

  • Ad uso insediativo: va respinto. Le cave si trovano in genere lontano dalle pre-esistenti opere di urbanizzazione, e una destinazione di tale genere si integrerebbe assai malamente con le vigenti previsioni del PRG adottato. Inoltre, il suolo della cava è solitamente inadatto, per evidenti ragioni geo-statiche, all’attività edilizia, e questo comporterebbe aggravi di costi sia economici che ambientali (bisognerebbe estrarre ulteriormente per rifare i sedimi delle cave già scavate…).

Si sottolinea la necessità di rendere obbligatorio a tutti i livelli il completamento degli interventi di recupero ambientale per fasi parallele e consequenziali alla coltivazione della cava.


Controlli

La mancanza di controllo ha prodotto effetti drammatici, sfociati in episodi “poco piacevoli” (leggi arresti), ben noti alla magistratura negli ultimi tempi. Falsificazioni e corruzioni, nel settore, sono frequentissime (e facilissime!). La cosa è risaputa.

Chiediamo che i progetti, le relazioni, i verbali di controllo ed ogni adempimento di tecnici e pubblici funzionari siano sottoposti a procedimento di perizia giurata e che tali elaborati siano redatti da un gruppo interdisciplinare di professionisti (geologi, agronomi, naturalisti, forestali, architetti, urbanisti, ingegneri ecc…) che dichiari di possedere le competenze necessarie.

Ogni impresa estrattrice dovrebbe dimostrare inoltre di avere conseguito certificazione EMAS, a garanzia della corretta gestione della propria attività.

E’ indispensabile che il PRAC richieda un accorto controllo e monitoraggio sul campo, da parte degli organi di polizia finanziaria, delle fasi di estrazione, trasporto e vendita dei materiali. Il tal senso dovrebbero essere utilizzate le migliori tecnologie disponibili (telerilevamento, monitoraggio trasporti mediante GPS ecc…).

Le documentazione di trasporto dovrebbe divenire obbligatoria come lo è del resto per tutti i beni trasportati per altre attività.


Conclusioni

Il PRAC non è conforme alle indicazioni del PRS, del PTRC e del PTP laddove questi indicano quale obiettivo primario la tutela dai danni da inquinamenti e deturpazione ambientale.

Il PRAC non è nemmeno conforme alla LR 44/1982, istitutiva dello stesso.

Il PRAC propone una situazione persino peggiorativa rispetto al già problematico esistente. Sembra un provvedimento fatto ad hoc per i cavatori. Ad esempio, l’escavazione in falda andrebbe a sanare le molte situazioni esistenti di affioramenti (illegali!) della falda stessa.

Chiediamo che le stime siano date alla luce della realtà di fatto, la quale non coincide certo con gli enormi appetiti di quel 0,01 % della popolazione che dalle escavazioni ricava guadagni favolosi, facendo pagare i costi al restante 99,99.?




Comitato in Difesa del Brustolè



:: sito realizzato con software open source :: ottimizzato per Mozilla Firefox ::