Presento questo opuscolo sulla frana di Brustolè in Comune di Velo d'Astico. In esso il lettore troverà una esposizione
della struttura della frana, svolta dalla dr.ssa in geologia Daniela Mioni,
che segue, in collabora-zione con il prof. G.C. Carloni dell'Università
di Bologna, l'esecuzione di una nuova serie di misure dei movimenti di frana
nell'ambito del programma europeo Leader II. La frana del Brustolè è la questione
più importante di ogni altra per la salvezza della valle dell'Astico, dei
suoi abitanti, delle sue industrie. Da almeno dieci anni alcuni cavatori,
distribuiti per ora in due gruppi, vogliono trasformare la frana del Brustolè
nella più grande cava d'Europa, senza limite di tempo e di volume di materiale
da prendere, provocando, già fin dall'inizio, con la caduta della montagna
soprastante, un disastro così grande che costringerà gli abitanti ad andarsene. Infatti le attività umane che oggi vi
si svolgono e che finora la frana Come si vede dalle fotografie e dai
disegni del lavoro qui presentato la frana è composta, alla superficie,
da tre parti. 1. Una
prima parte, la frana del '66, va dal Posina (alt. media 380 m) Questo distacco appariva tale e quale
già nel 1912, come si vede nella foto che segue, e separa verso valle circa
60 milioni di metri cubi di materiale. Si tenga conto che l'intera provincia
di Vicenza ogni anno richiede circa un milione di metri cubi di ghiaia. 2. Al di sopra della linea di distacco vi è uno spessore di circa 100 metri di rocce calcaree i cui strati sono talmente inclinati (70°) da essere piantati, quasi a piombo, nella massa sottostante che li mantie-ne fermi. 3. Ancora
sopra, da circa 900 metri fino a quota 1.250 metri, alto quanto il monte
Summano, vi è un cappello di detriti che sono il resi-duo dell'azione dei
ghiacciai. Queste ultime due parti danno un volu-me di circa 300 milioni
di metri cubi.
La
natura tiene fermo tutto questo sistema da migliaia di anni tramite la prima
parte, quella che sta in basso, la frana del Brustolè, e che con la sua
massa di 60 milioni di metri cubi contrasta la spinta proveniente da monte. Questo equilibrio, che le forze naturali
hanno raggiunto su una scala di tempo rappresentata da centinaia di generazioni,
viene interrotto da un lavoro di escavazione di soli pochi mesi. L'equilibrio va, invece, mantenuto con
opere di controllo, di sorve-glianza e ripristino continui. Misure della massima precisione oggi
ottenibile, effettuate con stru-menti della Università di Bologna in una
recente campagna terminata nel Luglio 1998, non hanno verificato movimenti
della frana. Queste misure verranno proseguite per i prossimi dieci anni
con strumenti nuovi ora acquistati dalla Comunità Montana (TCA 2003 Leica). È certo, invece, che la cattiva manutenzione
degli argini alla base con-sente alle piene del Posina di erodere il piede
della frana, provocando movimenti di discesa come durante la piena del novembre
del '66. I progetti delle società sopra ricordate,
le carte sono visibili a chiun-que, prevedono di cavare via la frana del
Brustolè, sessanta milioni di metri cubi, dal Posina alla linea di distacco,
chiamandola ricomposi-zione ambientale o rimodellamento del pendio, pretendendo
con ciò di rimuovere il rischio costituito dalla presenza della frana. A seguito della caduta della montagna
soprastante e del disastro che ne conseguirà, lo Stato dovrà affrontare
i costi della vera ricomposi-zione dell'ambiente. Appena iniziati i lavori di sbancamento
alla base, infatti, la montagna soprastante, che la natura ha tenuto ferma
per migliaia di anni con-sentendo per lo stesso periodo lo sviluppo degli
insediamenti e delle attività umane, comincia a venir giù, messa in moto
dalle operazioni di scavo e prelievo. A quel punto centinaia di famiglie dovranno
evacuare l'area e la valle diventerà un luogo pericoloso e inabitabile e
in breve sarà la decadenza e l'abbandono. Contro questa prospettiva la Comunità
Montana, e il sottoscritto in prima persona, hanno combattuto fermamente.
Sono state rimesse in ordine le arginature, eseguite misure, predisposti
progetti per un deflusso delle acque di piena che riduca al minimo l'erosione. L'acquisto di strumenti di alta precisione
e la collaborazione continua con l'Università di Bologna e, per quanto ci
riguarda, con gli enti pub-blici e di ricerca onestamente interessati alla
salvaguardia della valle, consentirà di ribattere punto su punto ai progetti
di questo gruppo di cavatori. Se la valle riuscirà a continuare questa
opera essa potrà salvarsi, altrimenti se gli interessi di parte e l'inerzia
colpevole impediranno di vedere il pericolo, chi vuole distruggere la valle,
facendo credere di volerla salvare, avrà la meglio su tutti noi e il prezzo
che pagheremo sarà molto alto. Per informazione di ognuno presento
dunque questa pubblicazione, sperando che essa raggiunga un gran numero
di lettori. IL
PRESIDENTE Giulio Ceribella Arsiero, Aprile 1999 INQUADRAMENTO
GEOLOGICO
La
frana del Brustolè cosi come si è verificata nel 1966, interessa una parte
del versante destro della valle del Posina, a partire dall'imbocco della
stretta gola rocciosa degli Stancar! a Nord fino all'ubicazione della Cartiera
Rossi a Sud. Il fronte della frana ha un'estensione
di circa un chilometro ed è lambita, per tutta la sua lunghezza, dal torrente
Posina. La causa dell'evento franoso del 1966
è riconducibile alla combinazione di un eccezionale fenomeno meteorologico
caratterizzato da precipitazioni abbondanti e continue e dall'azione erosiva
del torrente Posina in piena. Dai dati storici riguardanti la zona
risulta che già nel 1882 e nel 1889 si erano verificati altri fenomeni analoghi
ed è probabile che anche la toponomastica delle località limitrofe sia stata
influenzata dalle con-dizioni di instabilità della zona: Brustolè, infatti,
ha significato di arso, desolato. Inoltre Soglio Rotto è un nome immediatamente
comprensibile e Ferale indica pietraia. La fessura, in corrispondenza della
quale si è verificato il distacco maggiore, è nettamente visibile anche
osservando la zona da lontano. Essa è evidenziata da una striscia chiara
e continua che si staglia tra la fitta copertura boschiva che ricopre tutto
il versante montuoso del Priaforà. Tale fessura delimita l'area in dissesto,
che si sviluppa fra le quote di 300m e di 750-800m e interessa un'area di
oltre 600.000 mq. (foto 2) II corpo di frana è costituito interamente
da detrito di roccia dolomi-tica a pezzatura grossolana e da numerosi massi
rocciosi compatti anche di notevoli dimensioni. Sopra la zona di distacco è osservabile
un'ampia placca di Dolomia Principale disposta con inclinazione degli strati
di 50°- 60° verso valle.
Lo
studio delle frane e di ogni altro dissesto ambientale non può ignorare
la geologia della zona, ossia lo studio del sottosuolo. È neces-sario quindi
riconoscere ed individuare la natura delle rocce presenti, nonché le loro
caratteristiche strutturali quali, per esempio, la pre-senza di fratture
e faglie e la disposizione degli strati rispetto il ver-sante (giacitura). Nella zona in esame si possono osservare
le formazioni prequaternarie brevemente descritte qui di seguito. Porfiriti: si tratta di rocce vulcaniche che si
sono formate circa 230 milioni di anni fa (Trias medio) derivanti da un'intensa
attività magmatica che ha interessato gran parte delle Prealpi Vicentine
nel Ladinico superiore. In quest'area le Porfiriti hanno subito un processo
di alterazione che le ha trasformate in materiale argilloso e si possono
osservare in prossimità della Cartiera Rossi, lungo il torrente. Argille Rosse Gessifere: queste rocce
si sono formate circa 220 - 200 milioni di anni fa (Gamico superiore). Si
tratta di strati di argille di vari colori: dal rosso al grigio verde e
con intercalazioni di gesso. Nell'area rilevata comunque non sono
osservabili affioramenti in posto. Tuttavia la loro presenza è stata messa
in luce dalle numerose indagini del sottosuolo eseguite nel corso degli
anni. Dolomia Principale: è una roccia sedimentaria (derivata
quindi dalla deposizione di sedimenti in ambiente marino) di circa 210-200
milioni di anni fa (Norico Retico). Essa forma quasi interamente i rilievi
montuosi circostanti e ha una potenza di circa 800-1.000 metri. Si presenta
generalmente in strati compatti (banchi) di alcuni metri di spessore, alternati
a strati più sottili. Il probabile assetto strutturale della
frana del Brustolè, risultato di una serie di movimenti consecutivi avvenuti
in epoca remota, è grafi-camente rappresentato nell'allegata Tav. I con
un profilo geologico trasversale. È assai probabile che le prime cause predisponenti siano state di ori-gine tettonica, ossia legate alle deformazioni che hanno subito le rocce in seguito ad eventi successivi alla loro formazione, (es. movi-menti orogenetici che hanno portato alla formazione delle catene montuose) e che si manifestano, nelle rocce, attraverso faglie, fratture e pieghe. Accennando brevemente all'assetto strutturale
della zona oggetto di studio, gli elementi più importanti e facilmente rilevabili
sul terreno sono i tre sistemi di faglie presenti. Il principale sistema (con direzione
NW-SE) corre alla base del corpo di frana in corrispondenza dell'incisione
del torrente Posina. Altre faglie minori, aventi la stessa direzione, sono
osservabili alla base della cresta M. Priaforà - M. Summano e delimitano
verso l'alto la zona di frana. Il secondo sistema (con direzione WSW-ENE)
definisce il limite nord occidentale della frana. Il terzo infine interessa principalmente
il versante settentrionale del M. Priaforà, dove due incisioni parallele,
una delle quali situata alla base delle pareti rocciose sovrastanti la frana,
assumono una direzione grossomodo NS. Un altro carattere strutturale, di notevole
importanza, riguarda le for-mazioni rocciose affioranti tra gli strati dolomitici
delle pareti somm-itali del Priaforà, lievemente inclinati verso valle (5°-
20°) e la frana. Un'ampia placca di Dolomia Principale,
a giacitura anomala, risulta disposta con gli strati inclinati di 50°- 60°verso
valle. Per spiegare questa singolare caratteristica
sono state fatte delle sup-posizioni sul più probabile meccanismo di frana
che giustificasse questo anomalo assetto strutturale. Il modello ritenuto
più probabile è quello di un fenomeno di ribaltamento. Infatti, mentre l'attuale scarpata principale
evidenzia nettamente il distacco dei materiali verificatosi nel '66, (ultima
riattivazione della frana), la morfologia della parte superiore alla nicchia
indica un pre-cedente evento franoso di maggiore entità avvenuto in epoca
remota e che ha coinvolto la zona anche a quote superiori. Questo breve accenno alla stratigrafia
e alla tettonica della zona, oggetto di studio, permette di ipotizzare le
cause (legate alla geologia della zona) che, con ogni probabilità, hanno
favorito l'innesco del movimento della frana. Da un originale versante montuoso, con
gli strati leggermente pen-denti verso valle, una faglia subverticale ha
"separato" una parte che ha iniziato un lento movimento rotazionale
verso valle fino a raggiungere una pendenza tale per cui alcune frazioni
di essa si sono separate ulteriormente. È inoltre probabile che queste ultime
siano scivolate le une sulle altre ribaltandosi ulteriormente fino a raggiungere
la giacitura anomala degli strati, rilevati alle quote 650-800m (si veda
profilo geologico Tav. I). Una seconda causa, che ha favorito l'innesco
del movimento, sarebbe la presenza nel sottosuolo di argille. È assai probabile
infatti che ques-te ultime non siano state in grado, per le loro scarse
proprietà mec-caniche, di sostenere l'enorme peso del "pacco"
di Dolomia sovra-stante e che l'azione erosiva del torrente Posina, scavando
in profon-dità, abbia raggiunto il livello argilloso permettendone la fuoriuscita
entro il torrente, aggravando sempre più le condizioni di instabilità del
versante. Tutti i diversi dislocamenti e la conseguente
frantumazione delle masse rocciose, devono aver prodotto un'enorme quantità
di detrito che si è accumulata alla base del pendio. Questo abbondante deposito, costituito
da massi e da elementi di varie dimensioni, e appoggiato sulle argille,
è la porzione soggetta a movimenti più sensibili (eventi del 1882,1889,1966)
poiché privo di sostegno al piede, era continuamente soggetto all'azione
erosiva del Posina. Un buon intervento di bonifica, tenuto
conto anche del suo aspetto economico, deve essere programmato e basato
sulla preventiva cono-scenza del problema da risolvere che deve essere il
più possibile completa ed esauriente. Solo così si può giungere ad una valutazione
oggettiva delle cause che hanno generato il dissesto e scegliere, fra Un aspetto particolarmente significativo
per la determinazione del rischio geologico in una data zona è l'individuazione
di tutti gli ele-menti geologici e delle cause che, di volta in volta, si
combinano negativamente concorrendo a costituire elementi di pericolo. Risulta necessario quindi poter disporre
non solo di dati relativi ai rilievi diretti ed indiretti (attraverso i
sondaggi del sottosuolo), ma soprattutto di rilevamenti frequenti che permettano
di valutare le variazioni nel tempo di alcuni parametri significativi direttamente
connessi all'ambiente fisico e al fenomeno franoso, quali le distanze di
punti di prova sulla frana da punti fissi. Questi particolari rilevamenti, o monitoraggi,
hanno quindi una note-vole importanza perché permettono non solo di controllare
eventuali movimenti, ma anche di interpretare l'evoluzione del fenomeno
naturale.
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