COMUNITA' MONTANA

ALTO ASTICO E POSINA

Arsiero, Aprile 1999

 

 

LA FRANA DEL BRUSTOLÈ

 

Presento questo opuscolo sulla frana di Brustolè in Comune di Velo d'Astico.

In esso il lettore troverà una esposizione della struttura della frana, svolta dalla dr.ssa in geologia Daniela Mioni, che segue, in collabora-zione con il prof. G.C. Carloni dell'Università di Bologna, l'esecuzione di una nuova serie di misure dei movimenti di frana nell'ambito del programma europeo Leader II.

La dr.ssa Mioni è inoltre responsabile del collegamento con il prof. A. Brath, dell'Università di Bologna, a cui, nell'ambito dello stesso pro-gramma, è stato affidato dalla Comunità Montana un progetto di argi-nature al piede della frana, che consenta un deflusso delle piene meno pericoloso per la sponda destra del Posina in quel tratto.

La frana del Brustolè è la questione più importante di ogni altra per la salvezza della valle dell'Astico, dei suoi abitanti, delle sue industrie.

Da almeno dieci anni alcuni cavatori, distribuiti per ora in due gruppi, vogliono trasformare la frana del Brustolè nella più grande cava d'Europa, senza limite di tempo e di volume di materiale da prendere, provocando, già fin dall'inizio, con la caduta della montagna soprastante, un disastro così grande che costringerà gli abitanti ad andarsene.

Infatti le attività umane che oggi vi si svolgono e che finora la frana non ha ostacolato, non saranno possibili quando la montagna comincerà la discesa verso valle; i curiosi verranno ad ammirare la scena della devastazione.

Come si vede dalle fotografie e dai disegni del lavoro qui presentato la frana è composta, alla superficie, da tre parti.

1. Una prima parte, la frana del '66, va dal Posina (alt. media 380 m) alla linea di distacco (800 m).

Questo distacco appariva tale e quale già nel 1912, come si vede nella foto che segue, e separa verso valle circa 60 milioni di metri cubi di materiale.

Si tenga conto che l'intera provincia di Vicenza ogni anno richiede circa un milione di metri cubi di ghiaia.

2. Al di sopra della linea di distacco vi è uno spessore di circa 100 metri di rocce calcaree i cui strati sono talmente inclinati (70°) da essere piantati, quasi a piombo, nella massa sottostante che li mantie-ne fermi.

3. Ancora sopra, da circa 900 metri fino a quota 1.250 metri, alto quanto il monte Summano, vi è un cappello di detriti che sono il resi-duo dell'azione dei ghiacciai. Queste ultime due parti danno un volu-me di circa 300 milioni di metri cubi.

Foto 1
Visuale della frana "Brustolè" sul monte Priaforà - anno 1912

La natura tiene fermo tutto questo sistema da migliaia di anni tramite la prima parte, quella che sta in basso, la frana del Brustolè, e che con la sua massa di 60 milioni di metri cubi contrasta la spinta proveniente da monte.

Questo equilibrio, che le forze naturali hanno raggiunto su una scala di tempo rappresentata da centinaia di generazioni, viene interrotto da un lavoro di escavazione di soli pochi mesi.

L'equilibrio va, invece, mantenuto con opere di controllo, di sorve-glianza e ripristino continui.

Misure della massima precisione oggi ottenibile, effettuate con stru-menti della Università di Bologna in una recente campagna terminata nel Luglio 1998, non hanno verificato movimenti della frana. Queste misure verranno proseguite per i prossimi dieci anni con strumenti nuovi ora acquistati dalla Comunità Montana (TCA 2003 Leica).

È certo, invece, che la cattiva manutenzione degli argini alla base con-sente alle piene del Posina di erodere il piede della frana, provocando movimenti di discesa come durante la piena del novembre del '66.

I progetti delle società sopra ricordate, le carte sono visibili a chiun-que, prevedono di cavare via la frana del Brustolè, sessanta milioni di metri cubi, dal Posina alla linea di distacco, chiamandola ricomposi-zione ambientale o rimodellamento del pendio, pretendendo con ciò di rimuovere il rischio costituito dalla presenza della frana.

A seguito della caduta della montagna soprastante e del disastro che ne conseguirà, lo Stato dovrà affrontare i costi della vera ricomposi-zione dell'ambiente.

Appena iniziati i lavori di sbancamento alla base, infatti, la montagna soprastante, che la natura ha tenuto ferma per migliaia di anni con-sentendo per lo stesso periodo lo sviluppo degli insediamenti e delle attività umane, comincia a venir giù, messa in moto dalle operazioni di scavo e prelievo.

A quel punto centinaia di famiglie dovranno evacuare l'area e la valle diventerà un luogo pericoloso e inabitabile e in breve sarà la decadenza e l'abbandono.

Contro questa prospettiva la Comunità Montana, e il sottoscritto in prima persona, hanno combattuto fermamente. Sono state rimesse in ordine le arginature, eseguite misure, predisposti progetti per un deflusso delle acque di piena che riduca al minimo l'erosione.

L'acquisto di strumenti di alta precisione e la collaborazione continua con l'Università di Bologna e, per quanto ci riguarda, con gli enti pub-blici e di ricerca onestamente interessati alla salvaguardia della valle, consentirà di ribattere punto su punto ai progetti di questo gruppo di cavatori.

Se la valle riuscirà a continuare questa opera essa potrà salvarsi, altrimenti se gli interessi di parte e l'inerzia colpevole impediranno di vedere il pericolo, chi vuole distruggere la valle, facendo credere di volerla salvare, avrà la meglio su tutti noi e il prezzo che pagheremo sarà molto alto.

Per informazione di ognuno presento dunque questa pubblicazione, sperando che essa raggiunga un gran numero di lettori.

IL PRESIDENTE

Giulio Ceribella

 

Arsiero, Aprile 1999

 

 

INQUADRAMENTO GEOLOGICO GENERALE

 

La frana del Brustolè cosi come si è verificata nel 1966, interessa una parte del versante destro della valle del Posina, a partire dall'imbocco della stretta gola rocciosa degli Stancar! a Nord fino all'ubicazione della Cartiera Rossi a Sud.

Il fronte della frana ha un'estensione di circa un chilometro ed è lambita, per tutta la sua lunghezza, dal torrente Posina.

La causa dell'evento franoso del 1966 è riconducibile alla combinazione di un eccezionale fenomeno meteorologico caratterizzato da precipitazioni abbondanti e continue e dall'azione erosiva del torrente Posina in piena.

Dai dati storici riguardanti la zona risulta che già nel 1882 e nel 1889 si erano verificati altri fenomeni analoghi ed è probabile che anche la toponomastica delle località limitrofe sia stata influenzata dalle con-dizioni di instabilità della zona: Brustolè, infatti, ha significato di arso, desolato. Inoltre Soglio Rotto è un nome immediatamente comprensibile e Ferale indica pietraia.

La fessura, in corrispondenza della quale si è verificato il distacco maggiore, è nettamente visibile anche osservando la zona da lontano.

Essa è evidenziata da una striscia chiara e continua che si staglia tra la fitta copertura boschiva che ricopre tutto il versante montuoso del Priaforà.

Tale fessura delimita l'area in dissesto, che si sviluppa fra le quote di 300m e di 750-800m e interessa un'area di oltre 600.000 mq. (foto 2)

II corpo di frana è costituito interamente da detrito di roccia dolomi-tica a pezzatura grossolana e da numerosi massi rocciosi compatti anche di notevoli dimensioni.

Sopra la zona di distacco è osservabile un'ampia placca di Dolomia Principale disposta con inclinazione degli strati di 50°- 60° verso valle.

Foto 2
Frana del Brustolè - aprile 1999

Lo studio delle frane e di ogni altro dissesto ambientale non può ignorare la geologia della zona, ossia lo studio del sottosuolo. È neces-sario quindi riconoscere ed individuare la natura delle rocce presenti, nonché le loro caratteristiche strutturali quali, per esempio, la pre-senza di fratture e faglie e la disposizione degli strati rispetto il ver-sante (giacitura).

Nella zona in esame si possono osservare le formazioni prequaternarie brevemente descritte qui di seguito.

Porfiriti: si tratta di rocce vulcaniche che si sono formate circa 230 milioni di anni fa (Trias medio) derivanti da un'intensa attività magmatica che ha interessato gran parte delle Prealpi Vicentine nel Ladinico superiore. In quest'area le Porfiriti hanno subito un processo di alterazione che le ha trasformate in materiale argilloso e si possono osservare in prossimità della Cartiera Rossi, lungo il torrente.

Argille Rosse Gessifere: queste rocce si sono formate circa 220 - 200 milioni di anni fa (Gamico superiore). Si tratta di strati di argille di vari colori: dal rosso al grigio verde e con intercalazioni di gesso.

Nell'area rilevata comunque non sono osservabili affioramenti in posto. Tuttavia la loro presenza è stata messa in luce dalle numerose indagini del sottosuolo eseguite nel corso degli anni.

Dolomia Principale: è una roccia sedimentaria (derivata quindi dalla deposizione di sedimenti in ambiente marino) di circa 210-200 milioni di anni fa (Norico Retico).

Essa forma quasi interamente i rilievi montuosi circostanti e ha una potenza di circa 800-1.000 metri. Si presenta generalmente in strati compatti (banchi) di alcuni metri di spessore, alternati a strati più sottili.

Il probabile assetto strutturale della frana del Brustolè, risultato di una serie di movimenti consecutivi avvenuti in epoca remota, è grafi-camente rappresentato nell'allegata Tav. I con un profilo geologico trasversale.

È assai probabile che le prime cause predisponenti siano state di ori-gine tettonica, ossia legate alle deformazioni che hanno subito le rocce in seguito ad eventi successivi alla loro formazione, (es. movi-menti orogenetici che hanno portato alla formazione delle catene montuose) e che si manifestano, nelle rocce, attraverso faglie, fratture e pieghe.

Accennando brevemente all'assetto strutturale della zona oggetto di studio, gli elementi più importanti e facilmente rilevabili sul terreno sono i tre sistemi di faglie presenti.

Il principale sistema (con direzione NW-SE) corre alla base del corpo di frana in corrispondenza dell'incisione del torrente Posina. Altre faglie minori, aventi la stessa direzione, sono osservabili alla base della cresta M. Priaforà - M. Summano e delimitano verso l'alto la zona di frana.

Il secondo sistema (con direzione WSW-ENE) definisce il limite nord occidentale della frana.

Il terzo infine interessa principalmente il versante settentrionale del M. Priaforà, dove due incisioni parallele, una delle quali situata alla base delle pareti rocciose sovrastanti la frana, assumono una direzione grossomodo NS.

Un altro carattere strutturale, di notevole importanza, riguarda le for-mazioni rocciose affioranti tra gli strati dolomitici delle pareti somm-itali del Priaforà, lievemente inclinati verso valle (5°- 20°) e la frana.

Un'ampia placca di Dolomia Principale, a giacitura anomala, risulta disposta con gli strati inclinati di 50°- 60°verso valle.

Per spiegare questa singolare caratteristica sono state fatte delle sup-posizioni sul più probabile meccanismo di frana che giustificasse questo anomalo assetto strutturale. Il modello ritenuto più probabile è quello di un fenomeno di ribaltamento.

Infatti, mentre l'attuale scarpata principale evidenzia nettamente il distacco dei materiali verificatosi nel '66, (ultima riattivazione della frana), la morfologia della parte superiore alla nicchia indica un pre-cedente evento franoso di maggiore entità avvenuto in epoca remota e che ha coinvolto la zona anche a quote superiori.

Questo breve accenno alla stratigrafia e alla tettonica della zona, oggetto di studio, permette di ipotizzare le cause (legate alla geologia della zona) che, con ogni probabilità, hanno favorito l'innesco del movimento della frana.

Da un originale versante montuoso, con gli strati leggermente pen-denti verso valle, una faglia subverticale ha "separato" una parte che ha iniziato un lento movimento rotazionale verso valle fino a raggiungere una pendenza tale per cui alcune frazioni di essa si sono separate ulteriormente. È inoltre probabile che queste ultime siano scivolate le une sulle altre ribaltandosi ulteriormente fino a raggiungere la giacitura anomala degli strati, rilevati alle quote 650-800m (si veda profilo geologico Tav. I).

Una seconda causa, che ha favorito l'innesco del movimento, sarebbe la presenza nel sottosuolo di argille. È assai probabile infatti che ques-te ultime non siano state in grado, per le loro scarse proprietà mec-caniche, di sostenere l'enorme peso del "pacco" di Dolomia sovra-stante e che l'azione erosiva del torrente Posina, scavando in profon-dità, abbia raggiunto il livello argilloso permettendone la fuoriuscita entro il torrente, aggravando sempre più le condizioni di instabilità del versante.

Tutti i diversi dislocamenti e la conseguente frantumazione delle masse rocciose, devono aver prodotto un'enorme quantità di detrito che si è accumulata alla base del pendio.

Questo abbondante deposito, costituito da massi e da elementi di varie dimensioni, e appoggiato sulle argille, è la porzione soggetta a movimenti più sensibili (eventi del 1882,1889,1966) poiché privo di sostegno al piede, era continuamente soggetto all'azione erosiva del Posina.

Un buon intervento di bonifica, tenuto conto anche del suo aspetto economico, deve essere programmato e basato sulla preventiva cono-scenza del problema da risolvere che deve essere il più possibile completa ed esauriente. Solo così si può giungere ad una valutazione oggettiva delle cause che hanno generato il dissesto e scegliere, fra gli interventi da attuare, quelli effettivamente risolutivi. Le scelte progettuali vanno ben ponderate perché devono tutelare gli interessi della collettività, salvaguardare gli interessi della gente che vive oggi su questo territorio e delle generazioni future. In questo senso la difesa del suolo, delle risorse naturali e la pianificazione del territorio diventano problemi sociali. Per quanto riguarda la frana del Brustolè i vari interventi di bonifica finora realizzati sono stati ritenuti sufficienti a garantire una riduzione del rischio idrogeologico, ma non hanno risolto il problema della stabilità globale della frana. Nelle condizioni attuali la massa in dissesto non sembra presentare pericolo di movimento, ma una sua possibile riattivazione è legata a non adeguati interventi dell'uomo o al verificarsi di fenomeni naturali quali: eventi meteorici piovosi eccezionali e sollecitazioni sismiche di una certa intensità.

Un aspetto particolarmente significativo per la determinazione del rischio geologico in una data zona è l'individuazione di tutti gli ele-menti geologici e delle cause che, di volta in volta, si combinano negativamente concorrendo a costituire elementi di pericolo.

Risulta necessario quindi poter disporre non solo di dati relativi ai rilievi diretti ed indiretti (attraverso i sondaggi del sottosuolo), ma soprattutto di rilevamenti frequenti che permettano di valutare le variazioni nel tempo di alcuni parametri significativi direttamente connessi all'ambiente fisico e al fenomeno franoso, quali le distanze di punti di prova sulla frana da punti fissi.

Questi particolari rilevamenti, o monitoraggi, hanno quindi una note-vole importanza perché permettono non solo di controllare eventuali movimenti, ma anche di interpretare l'evoluzione del fenomeno naturale.

Foto 3

Caposaldo di misura sul versante sinistro del Posina - Localià Stancari.

A cura di: Giulio Ceribella

Ha collaborato per la parte geologica:

dott.ssa Daniela Mioni

Versione HTML by:
Giuseppe Busato e Daniele Ciscato